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VADEMECUM-ALBANIA

BREVE GUIDA PER EVITARE LE TRAPPOLE
DELLO SCIOVINISMO IMPERIALISTA,
DEL PACIFISMO IMBELLE,
DEL PIETISMO PAPA-RIFONDAIOLO, ETC. ETC.

Indice

LE PREMESSE DELL’OGGI

A) Il regime "comunista" di Hoxha
B) Il dopo-Hoxha
C) Lamerica è lontana.

ESPLODE LA RABBIA.

L’intervento occidentale... bis
Umanitarismo e sciovinismo stanno bene insieme.
Il nostro interventismo
Pochi ci credono, meno ancora sono disposti a dirlo ed a comportarsi di conseguenza, ma le cose stanno esattamente così: l’azione europea congiunta a guida italiana in Albania costituisce non una novità, ma la prosecuzione e la "definitiva" messa a punto di un intervento economico, politico e militare già rodato negli anni precedenti. Si tratta, né più né meno, che di un intervento imperialista, e ciò va non solo capito e detto, ma combattuto come si merita, cioè in quanto aspetto di oppressione antiproletaria rivolta, in modo perfettamente combinato, all’esterno come all’interno del nostro paese. Chi, con qualsiasi elegante perifrasi, si rifiuta di battersi contro l’aggressione antialbanese del nostro stato, della nostra borghesia, si fa complice diretto dell’aggressione capitalista che subiamo qui in casa nostra. Il proletariato di un paese che accettasse passivamente o addirittura cooperasse con la propria borghesia nazionale a soggiogare il proletariato di un altro paese non potrebbe mai emanciparsi; si condannerebbe da sé alla propria schiavitù e la meriterebbe. Chi ci addita questa soluzione è unicamente degno di essere sepolto sotto il nostro disprezzo (come aperitivo, se non altro).

I pochi punti che qui sotto elenchiamo scheletricamente costituiscono l’asse di orientamento comunista. Non di "una" delle "varie tendenze", ma dell’unica, nettissima rotta comunista (che non pretendiamo si esaurisca nell’OCI, ma alla quale l’OCI strettamente si attiene facendo tutta la sua parte).

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LE PREMESSE DELL’OGGI

A) Il regime "comunista" di Hoxha

Una mostruosa (ed interessata) leggenda, smentita per altro da una montagna di documentazione borghese per scopi non propagandistici, vorrebbe che l’Albania del precedente regime di Hoxha fosse stata l’esempio massimo del degrado economico e del terrorismo di stato che si usa imputare al "comunismo". In realtà, mentre noi diciamo che quel regime non aveva nulla a che fare col comunismo autentico, ma traduceva soltanto nello pseudo-vocabolario marxista degli stalinisti un imperativo nazionale, borghese di emancipazione economica in proprio dal sottosviluppo semifeudale precedente, non abbiamo alcuna esitazione a dichiarare che il Partito del Lavoro di Hoxha fu in Albania l’artefice di una modernizzazione (relativa sì, ma enorme per quel paese) conseguita grazie all’appoggio ed alla mobilitazione della parte più avanzata delle masse popolari albanesi. Affermiamo, altresì, che questa modernizzazione, per forza storica di cose, non poteva attuarsi in Albania che dall’alto e col pugno di ferro, così come fu.

Due sole erano le altre alternative. La prima: dimissionare da questi compiti e lasciare il paese nelle mani (che i nostri propagandisti di regime avrebbero certamente definito più democratiche e preferito) dei re Zogu e della sua corte di beneficiari feudali locali delle briciole dello sfruttamento coloniale imperialista del pae-se da parte di chi di dovere (ad esempio del Regno-Impero d’Italia o della successiva, ma non meno rapace, Repubblichetta). La seconda: legare concretamente le sorti dell’Albania alla causa comunista rivoluzionaria del proletariato e delle masse sfruttate ed oppresse di tutto il mondo. Un’alternativa, questa, sepolta dagli Stalin e, a maggior ragione, estranea agli Hoxha. Il "comunismo" albanese, quindi, non ci è mai appartenuto (a differenza di molti collitorti che se n’erano fatti piazzisti ed oggi lo vilipendono perché piazzisti da cesso dei "valori" democratici dell’Occidente); ma, detto questo, nulla c’impedisce di considerare Hoxha una sorta di giacobino borghese (in ritardo, certo) e la sua modernizzazione dell’Albania come un fatto rivoluzionario di primaria importanza, indispensabile per i passi successivi, quelli che intendiamo fare noi.

Prima del ’45 avevamo un’Albania divisa in una miriade di isolotti feudali non comunicanti tra loro, un paese privo d’industria, in cui i lavoratori salariati, mettendo tutti assieme, assommavano a poche migliaia di elementi, un paese dall’agricoltura arretrata oltre ogni dire, con un analfabetismo pressoché totale (oltre il 90%) e neppure una lingua nazionale che potesse dirsi ufficialmente adottata, con la donna in una situazione di schiavitù e degrado estremi. Alla fine del ciclo-Hoxha abbiamo un’Albania a pieno titolo moderna.

Proprio a misura che la modernizzazione andava avanti e, di fatto, apriva il paese a mercati (e contatti d’ogni altro tipo) esterni, il paese incocciava con la tremenda difficoltà di mettersi al passo in quanto tecnologia per non ripiombare in una forzata autarchia da sottosviluppo o, in alternativa, per non essere inghiottita dalle forze preponderanti di altri paesi. Ciò implicava la necessità di una mole di investimenti costosissimi. Chi li avrebbe pagati? Il "campo socialista", oppresso, a vari livelli, dallo stesso problema, e che in una prima fase aveva contribuito grandemente allo sviluppo albanese di base, non se ne sarebbe potuto né, ormai, avrebbe voluto assumersene gratuitamente l’onere. Dopo essersi tagliati i ponti politici prima con la Jugoslavia, poi con l’URSS, infine con la Cina, il regime di Hoxha non trovava alcuna sponda economica ad Est. Occorreva aprirsi ad Ovest e già con Hoxha cominciarono delle caute aperture in materia, tanto nell’avvio di rapporti commerciali con l’estero quanto nei primi spiragli di "liberalizzazione" all’interno.

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B) Il dopo-Hoxha

Con la caduta di tutti i muri portanti dello stalinismo, l’Albania veniva a trovarsi esposta senza difese ai soffi dell’Occidente, che promettevano sì investimenti ed aiuti, ma a condizione che a Tirana regnasse la democrazia. E cosa voleva dire democrazia? Pluripartitismo, certo, libere elezioni, ma questo come corollario del "pluralismo" economico, cioè di una proliferazione di soggetti privati con cui poter agevolmente trattare senza l’impaccio dello stato "totalitario" quale unico partner (più forte e meno affidabile dei micragnosi capitalisti privati ancora da far nascere in Albania).

I processi già avviati nel paese nel senso del decentramento decisionale, di più vaste autonomie aziendali, di incentivi materiali al lavoro "produttivo", di cauta liberalizzazione del mercato privato (ancora marginale rispetto al monopolio-stato) e, soprattutto, l’avvio dello smantellamento del carattere "collettivo" in agricoltura, subirono un’accelerazione significativa nel dopo-Hoxha anche quando a reggere il timone rimaneva tuttora solo e incontrastato il Partito del Lavoro. Come dappertutto all’Est, poi, i detentori delle leve politiche del potere non videro l’ora di poter realizzare la trasformazione del carattere proprietario delle aziende da mercantil-statali in mercantil-private accaparrandosene la titolarità senza troppi complimenti.

Sia la "democratizzazione" politica che quella economica trovarono entusiastici riscontri nella maggioranza delle masse, in particolar modo quelle urbane, incantate dalle vetrine dei bazar d’Occidente con le loro affluenti ricchezze in contrasto con l’austerità interna e dalle promesse occidentali di poter mettere spontaneamente ed immediatamente a disposizione degli albanesi le stesse ricchezze qualora essi si mostrassero disposti a ricevere il regalo (la solita storia del cavallo di Troia). A queste sirene potevano resistere in parte le vecchie generazioni memori delle battaglie dovute ingaggiare, fucile in mano, per conquistarsi uno straccio di esistenza civile; le nuove generazioni (e in Albania i giovani sono legione!) cresciute nell’austera disciplina del regime di Hoxha e tenute lontane da una reale partecipazione in prima persona alla vita politica -litanie "marxiste-leniniste" di precetto a parte, il che è peggio!- ci caddero come mosche sul miele. Alle prime "libere elezioni" il trionfo di Berisha era scritto nelle cose.

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C) Lamerica è lontana.

Se le illusioni erano cresciute prosperose come i funghi dopo abbondanti piogge estive, la disillusione doveva farsi strada abbastanza rapidamente, e crudamente.

Gli investimenti occidentali, primi fra tutti quelli italiani, anziché rimettere in sesto l’obsoleta attrezzatura tecnica delle industrie esistenti, facevano ad essi facile concorrenza con le proprie merci mandandole agevolmente al tappeto, mentre si preferivano gli investimenti diretti per l’acquisto dell’unica appetibile merce nazionale albanese, e cioè una merce-lavoro a sottocosto rispetto all’Occidente (150.000 lire mensili ad esser buoni). In breve si registrava così una caduta verticale dell’attività produttiva interna, in particolare nelle campagne parcellizzate, con una massa di contadini "liberi proprietari", liberi solo di lavorare il proprio pezzo di terra senza macchinari agricoli, senza concimi, senza sementi, cioè senza tutte quelle provvidenze che il vecchio stato-padrone investiva nel "collettivo".

A corollario di tutto ciò, un’abile, ma tutto sommato facile, campagna d’imbonimento pubblicitario convinceva gli albanesi che se le occasioni di far soldi sudando rimanevano poche, crescevano, invece, quelle di farli mettendo i risparmi a frutto nelle finanziarie. A seminarli nel campo giusto, lo sperimentò anche Pinocchio, i soldi crescono da soli... Fu così che, nel breve volgere di pochi mesi, tutti o quasi i risparmi degli albanesi, in primo luogo quello della massa degli emigranti, fu rastrellata da queste finanziarie sotto l’occhio complice, e non si sa bene ancora quanto anche direttamente interessato, dei tutori occidentali, italiani in primis. Il risveglio dal sogno, come sappiamo, è stato amarissimo.

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ESPLODE LA RABBIA.

Si arriva così all’esplosione della rabbia accumulata in una serie di disillusioni sperimentate a tempi acceleratissimi ed in profondità. Rabbia contro il governo Berisha con le sue fanfaronate liberistiche e tanto di promesse di benessere per tutti e colpevole, agli occhi delle masse lavoratrici di aver dilapidato le risorse del paese in cambio di una bolla di sapone e peggio, colpevole di ogni sorta di traffici sui bocconi ghiotti dell’economia albanese redistribuiti privatisticamente ai propri fedeli, colpevole direttamente nella truffa delle finanziarie e colpevole, infine, di scarsa o nulla capacità contrattuale coi neopadroni occidentali, tanto munifici di chiacchiere quanto avari di riscontri materiali tangibili. E, in sovrappiù, colpevole di avere messo il bavaglio ad ogni espressione di attività politica ed intellettuale dissonante col neo-regime, in maniera tale da richiamare subito alla memoria i rigori dittatoriali di Hoxha (i rivoltosi, di fatto, dicono che Berisha è un "comunista", identificando il comunismo con la privazione delle libertà democratiche).

La rivolta si è focalizzata soprattutto, se non esclusivamente, nel sud del paese, assumendo, forse, anche aspetti di rivendicazioni anticentraliste e di autonomie di poteri locali contro "Tirana ladrona", per dir così. Chiarissimi gli obiettivi su cui sparare in loco, assolutamente confusi o inesistenti dei veri e propri programmi politici a lunga gittata e, anche da un punto di vista sociologico, mobilitazione di "tutto il popolo sano" senz’alcun chiaro confine di classe. Scambiare questa rivolta per una... rivoluzione è fantasia pura. Ma svalutarla, all’opposto, come prodotto della mafia albanese o di manovre concertate a tavolino per creare un’apparenza di disordine e poi spillarci i soldi con questa scusa ("tesi" del "progressista" Espresso) è pura, fetidissima merda da delinquenti matricolati.

Possiamo dire -e lo documenteremo meglio in altre sedi- che: l) la rivolta è stata motivata in pieno da responsabilità materiali oggettive che chiamano direttamente in causa non solo Berisha, ma tutti i suoi padroni d’Occidente, che sin qui ne hanno approfittato e oggi si dispongono per lo più a congedarlo con un calcio nel sedere, ed hanno costretto le masse a reagire come hanno reagito e, con ciò, tutte le parti in causa a rimettersi pubblicamente in gioco; 2) la reazione popolare si è data, sul piano politico, come solo poteva darsi in assenza delle precondizioni storiche minime di una presenza proletaria, comunista organizzata, epperciò è stata interclassista, confusa etc. etc., ma non per questo inutile o da irridere. Al contrario, nella rivolta le masse albanesi hanno potuto compiere una prima esperienza di partecipazione diretta alla vita politica, imparando, se non altro, a chiamare i problemi immediati col loro nome e ad apprendere che un buon metodo per affrontarli è quello del fucile tra le mani. Questa partecipazione è destinata, nei suoi sviluppi ulteriori, a segnare i confini di classe all’interno del fronte di tutti ed a chiarirne il senso. Per ora siamo ai prodromi di tutto ciò, siamo all’infante che muove i primi passi: piccola cosa, ma un fatto enorme se rapportato al sotto-zero precedente. Certo l’apprendimento sarebbe più agevole se ci fosse un movimento di classe adulto a dare una mano all’infante, ma sembra che qui da noi non siamo capaci di muoverci se non con due bastoni di sostegno per mano e qualcuno che ci tiri per il collo...

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L’intervento occidentale... bis

Di fronte a tanto "disordine" l’Italia ha decretato doversi intervenire, sia "per il bene degli albanesi", cui vanno offerti viveri... scaduti e scadutissima democrazia, sia, lo si osa dire ad alta voce sempre più spesso, "per la salvaguardia dei nostri interessi strategici" (ciò che Mussolini, più dignitosamente, aveva il coraggio di chiamare "il nostro posto al sole", "l’Impero"). Che lo abbia fatto cercando di tirarsi dietro mezzo mondo per coprirsi politicamente le spalle e la faccia cambia poco alla natura di detto intervento. Ciò sta solo a dimostrazione della codardia dell’imperialismo italiano, non certo della sua assenza. Del pari, non si traggano affrettate deduzioni dalle sue prime figuracce militari e da altre che ad esse potranno seguire. Mai l’esercito italiano ha brillato per efficienza, mai -però- dalla Libia all’Etiopia, dalla Somalia ai Balcani, s’è ritratto dal compiere lo sporco lavoro richiesto dalla difesa degli interessi del capitalismo nazionale, e del capitalismo imperialista tout-court. Ora si tratta di rimettere in sella le nostre aziende operanti in Albania; di impiantarvi o solidificarvi i nostri terminal finanziari; di riprendere il saccheggio e il supersfruttamento delle risorse naturali e umane albanesi; di riorganizzarvi un minimo di apparato repressivo di classe locale capace di cooperare con le truppe imperialiste nel rimettere sotto controllo e disarmare le masse; ed infine di provvedere, ove occorra, alla sostituzione dell’insostenibile Berisha (a meno che il Nord albanese non protesti troppo ché, allora, non si saprebbe che pesci prendere) con un governo capace di darsi una facciata democratica ad uso interno e di fungere da utile intermediario dei nostri interessi. E proprio a ciò, a ripuntellare anche con il deterrent di una presenza armata il protettorato neo-coloniale italo-europeo-yankee sull’Albania, si dedicherà la missione appena partita, con tutti i mezzi a sua disposizione.

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Umanitarismo e sciovinismo stanno bene insieme.

Le copiose chiacchiere sul carattere "umanitario" dell’intervento, stando alle quali per ogni sacco di farina distribuito alla popolazione devono scorazzare in città quattro carri armati di scorta più un’ammiraglia coi cannoni puntati ancorata al porto più vicino, fanno anch’esse parte, con la loro rivoltante ipocrisia, di un copione sperimentato (funzionale all’aggressione) che tende a presentare il "nostro" imperialismo come un imperialismo "diverso", dal "volto umano". E’ un copione che nel passato non è stato privo di utili ritorni per la compagnia di attori professionali che l’ha recitato (e per l’intero gioco di squadra della dominazione imperialista a cui l’Italia è e si tiene strettamente legata). Che a questa esibizione di "spirito umanitario" si congiunga un’ondata di prese di posizione e di comportamenti razzisti senza precedenti in tempi recenti, che ha visto in competizione tra loro Lega, Polo e Ulivo (e se ne son sentite anche in Rifondazione!), non deve soprendere. Il razzismo sciovinista non è affatto antagonistico (in quanto "malattia dello spirito") rispetto ad un "umanitarismo" presuntamente sano, ma anch’esso, invece, impestato di sciovinismo; l’uno e l’altro sono il riflesso ideologico e "psicologico" della necessità materiale della borghesia italiana di schiacciare le masse lavoratrici albanesi legittimando e mascherando questo schiacciamento con "valori alti" e, nello stesso tempo, di impedire la rivolta e l’opposizione contro di esso, qui e lì.

I militanti comunisti non debbono, perciò, in alcun modo sottostimare la serietà e le pericolosità di questa spedizione militare perché, quand’anche essa -ed è ben possibile- dovesse rivelarsi insufficiente rispetto agli obiettivi da raggiungere (anche per effetto dell’azione di sabotaggio delle grandi potenze che se ne sono auto-escluse, come gli USA), avrebbe comunque utilmente aperto la strada a spedizioni imperialiste più adeguate. Così come la missione militare Pellicano, totalmente... disarmata, ha aperto la strada a questa, o l’aggressione fascista del ’39-’40 a Albania e Grecia preparò, pur nella cocente sconfitta italiana, le aggressioni sul medesimo campo del nazismo germanico e delle democrazie anglo-americane, concorrenziali di certo ma convergenti nell’affogare nel sangue ogni moto proletario di resistenza.

Si è fatto un certo discutere di questo intervento da parte delle ali "sinistre" dell’Ulivo. Verdi e Rifondazione hanno avanzato dei distinguo e, nel secondo caso, delle obiezioni "di fondo". Dove starebbe questo "fondo"? Nel fatto che una presenza militare italiana sarebbe inopportuna ora e pericolosa per i "nostri ragazzi", poveri cocchi, per cui tornerebbe utile una "pausa di riflessione". Inoltre, sarebbe più opportuno intervenisse... l’ONU (il famoso "covo dei briganti" di Lenin), la cui imparzialità abbiamo già abbondantemente sperimentato in Jugoslavia. Neppure una parola sul carattere imperialistico dell’impresa. E, per evitare di toccare il tema, neppure una parola sull’interventismo precedente (quello che aiutò Berisha a ridare la "democrazia" agli albanesi) né, tanto meno, sulle caratteristiche e le dimensioni della penetrazione neocoloniale dell’Italia in Albania. Anzi, parola di Bertinotti, "la ragione prima di questa tragedia (albanese -n.) sta in Albania", nel combinato di disgrazie strettamente autoctone Hoxha-Berisha; e se una colpa ha l’Europa, quale volete che sia se non quella di essersesene finora troppo disinteressata, invece di "offrire all’Albania un programma economico di risanamento e di solidarietà" (magari, suggeriamo, sul modello di quelli offerti alla Jugoslavia, prima e dopo la sua esplosione, o di quelli apprestati dal FMI "per" i paesi latino-americani)? Per queste facce da tolla il socialsciovinismo è un sacro imperativo, salvo a volerlo fare non mostrando la faccia ed a costi zero, possibilmente.

Siccome viviamo in un paese in cui s’ignora che cosa siano la serietà e la decenza, un ministro del governo interventista può permettersi il lusso di manifestare "contro" a Brindisi, senza che nessuno lo getti a mare, e l’amico del Comandante Marcos può sostenere senza vergogna il Comandante Dini dichiarando che la contrarietà ad un intervento imperialista giammai potrà provocare la dissociazione di Rifondazione da un esecutivo "progressista", rifiduciato infatti di corsa all’indomani dell’"eroico" voto anti-missione. C’è poi una minoranza "trotzkista" in Rifondazione che espressamente parla di imperialismo, colonialismo etc., ma poi, mettendo tra parole e fatti una distanza che non si può dire abbia appresa da Trotzkij, non ha esitazioni nel fare da sgabello allo sgabello, sempre per non favorire la destra (quella stessa destra, poi, che "casualmente" sostiene in modo entusiastico l’operazione Alba degli... avversari governativi dell’Ulivo...).

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Il nostro interventismo

Per quel che ci riguarda, le nostre forze sono indirizzate a contrastare l’inerzia del proletariato italiano su questo tema cruciale, che in qualche modo segna uno spartiacque decisivo nell’evoluzione della vita politica interna, e a toccare quegli albanesi che, sia come sia, stanno cominciando, educati dall’esperienza, ad aprire gli occhi non solo su Berisha, ma sulle forze che, da qui, manovrano la vita economica e politica del loro paese.

Una saldatura tra le due frazioni del proletariato è il nostro obiettivo. Lavoriamo a ciò sapendo che c’è un cammino non facile da fare.

(e tra gli immigrati albanesi) si riparte da un atteggiamento di relativo distacco e di parziale diffidenza delle masse (nient’affatto in tripudio, come ci si vorrebbe far credere con una informazione di regime) verso i paesi e le truppe occupanti. Anche se questo atteggiamento convive tuttora con, e condiziona, la speranza che possa giungere da Occidente una vera mano di aiuto, sopratutto sul piano economico, ad uscire dall’attuale drammatica situazione.

Qui si deve ripartire non dalle sanvincenziane campagne di "accoglienza" verso i "poveri straccioni albanesi" che noi grandi cuori d’italiani ci degnamo di rivestire e nutrire, ma dalla denuncia inequivocabile della manomissione imperialista dell’Albania che spoglia, vessa, espelle per il mondo intero le sue popolazioni, e della missione militare a guida italiana che serve a difendere e rafforzare questa manomissione, e dall’impegno a battersi realmente contro tutto ciò. Si deve cominciare davvero a tessere il filo dell’unità di classe, della lotta comune contro i nostri comuni nemici, dell’organizzazione di classe unitaria, con i proletari albanesi e con tutto il proletariato balcanico.

Per realizzare tutto ciò non possiamo contare che sulla dottrina e le forze organizzate militanti dei comunisti veri. Da tutti gli altri e in particolare dai "comunisti" fasulli (il nemico principale dentro il proletariato) ci divide un solco segnato non da differenze di idee, ma dal sudore, le lacrime, il sangue degli sfruttati ed oppressi dal nostro imperialismo (Iraq, Libia, Somalia, Jugoslavia, oggi Albania...) che pesano come macigni su chi non sa e non vuole schierarsi sulla linea dell’internazionalismo.

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